La Programmazione Neuro-Linguistica e l’empatia tra docente e studente

Tra le molteplici professioni in cui la dimensione personale e quella professionale sono strettamente connesse, l’insegnamento è quella in cui tale relazione è più significativa. Sono convinta che l’esito positivo di una strategia didattica dipenda in particolar modo dal tipo di rapporto che si instaura tra il docente e lo studente. Quanto più lo studente si sente a suo agio, tanto maggiore sarà la sua capacità di apprendere con successo.

La semplice trasmissione di contenuti e l’applicazione impersonale di metodi pedagogici si sono rivelate nel corso del tempo poco produttive. A mio avviso, la scelta delle strategie didattiche più adeguate dovrebbe basarsi sulla componente personale. Lo scopo è quello di creare empatia con gli alunni, coinvolgerli nell’attività didattica, insegnare loro a gestire le emozioni e ad avvalersi di una comunicazione efficace. La Programmazione Neuro-Linguistica mi ha offerto molto su cui riflettere nell’ambito della didattica, poiché si tratta di una tecnica che punta alla crescita personale e allo sviluppo delle caratteristiche positive di ciascun individuo.

La Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) è un metodo di comunicazione, considerato come un approccio all’apprendimento, allo sviluppo personale e alla psicoterapia. Storicamente, la PNL nasce negli anni ’70 nell’Università della California, a Santa Cruz, grazie agli studi di Richard Bandler (matematico, terapeuta ed esperto in informatica) e John Grinder (linguista). Essi analizzarono i modelli di comunicazione e di comportamento per sviluppare nuove tecniche in grado di spiegare le strategie comunicative di eccellenza.  Lo scopo era capire come dei cambiamenti verbali e non-verbali di comunicazione generassero dei cambiamenti anche nel comportamento delle persone.  Il nome deriva dall’idea che ci sia una connessione tra i processi neurologici (“neuro”), il linguaggio (“linguistico”) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (“programmazione”).  Secondo Bandler e Grinder questi schemi possono essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi nella vita. La PNL nasce infatti come tecnica d’eccellenza il cui scopo non è solo l’analisi asettica delle carenze dell’individuo, bensì la creazione di strategie utili al fine di superare tali carenze ed esaltare le potenzialità già presenti.

La Programmazione Neuro-Linguistica si è rivelata una teoria estremamente proficua oltre che affascinante. Nonostante ciò, la sua applicazione in ambito didattico risulta apparentemente difficile a causa delle esperienze e degli insuccessi vissuti e dei modelli didattici a cui siamo abituati. Il ruolo dell’insegnante viene erroneamente concepito come quello del trasmettitore di contenuti e ciò non favorisce un sereno dialogo tra le parti. Secondo la PNL, invece, l’insegnante è un facilitatore di processi, che guida i suoi studenti verso l’apprendimento e cerca di colmare almeno in parte la perdita della memoria e il disuso dell’immaginazione, due aspetti patologici tipici dell’era moderna.

In base alla teoria di Bandler e Grinder, il docente ha il compito di studiare attentamente il comportamento dei suoi studenti, al fine di comprendere al meglio i loro atteggiamenti conoscitivi e delineare una strategia didattica proficua e in grado di adattarsi a ciascuno di loro. Si parla quindi di centralità del discente.

Per empatia si intende la “capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”. Il docente deve essere quindi in grado di intuire le emozioni dello studente e di cogliere anche i segnali non verbali indicatori di uno stato d’animo. La comunicazione tra insegnante e alunno deve avvenire in una modalità dialogica. Se il docente incoraggia e ascolta le necessità del discente, quest’ultimo reagirà positivamente, comunicando in maniera spontanea e partecipando attivamente alla vita scolastica.

È necessario quindi privilegiare il dialogo. Solo un insegnante autorevole, che possiede una mentalità aperta e una buona capacità critica, può far sì che i propri alunni sviluppino abilità e interessi, se possibile anche attraverso una partecipazione affettiva all’esperienza didattica che implica una maggiore fissazione delle nozioni apprese. Ogni relazione educativa tra docente e discente deve essere incontro e scambio. È molto importante che tra le due parti ci sia un rapporto di fiducia e stima, al fine di creare un dialogo diretto e personale. Lo studente deve contare sul fatto che all’interno dell’istituzione scolastica vi sia una persona di cui si possa fidare, pronta ad incoraggiarlo. Il docente deve inoltre prestare attenzione non solo alla personalità di ciascun discente, ma anche alle dinamiche interne al gruppo-classe.

Nella vita scolastica quotidiana vengono richieste ai docenti delle competenze comunicative che sono indispensabili per la creazione di una buona interazione. Per fare questo, il docente deve usare la tecnica dell’ascolto attivo, cioè deve essere empatico con i suoi studenti e sempre pronto a ricevere i loro segnali.

La ricerca sulla Programmazione Neuro-Linguistica e sulla sua applicazione in ambito didattico mi ha dato la possibilità di riflettere sull’importanza di una strategia didattica volta all’ascolto delle necessità dello studente, che al giorno d’oggi non deve più essere messo nelle condizioni di apprendere in maniera passiva. Le lezioni frontali e nozionistiche, oltre a mortificare le capacità comunicative del discente, producono un’atmosfera stressante o noiosa, e ciò non aiuta il processo di apprendimento. L’alunno non è una macchina programmata per imparare, ma un essere umano pensante che prova dei sentimenti, e come tale deve essere trattato. Qualsiasi strategia didattica volta a creare degli automatismi impersonali è del tutto priva di utilità. Devono essere elette invece le strategie didattiche che incoraggiano la libertà di espressione del discente, che lo aiutano a superare le sue difficoltà e non gli fanno vivere l’errore come una mortificazione, bensì come un’occasione per migliorare. Le strategie didattiche vincenti, dunque, sono quelle che promuovo la centralità del discente, che, privato di ogni forma di stress e messo in una situazione di serenità, è maggiormente propenso all’apprendimento di successo.

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